domenica 16 giugno 2013

Il Primo... (amore non si scorda mai)

Sono Solo Cazzi Miei

Di esami, di metaforiche funi e di pippe mentali.



Quando, qualche tempo fa, iniziai un blog scrissi un bel post iniziale, veramente spassoso; leggero, ma non troppo, che parlava in generale di me, delle mie passioni e faceva sorridere, il tutto senza scoprirmi troppo, senza renderlo “il primo post” in senso negativo.
Anche rileggendolo ora, mi piace.
Ed è strano, considerato lo scetticismo con quale rileggo (se li rileggo) TUTTI i miei scritti, da un tema scolastico ad una lettera mai più spedita.
Poi, però, puntualmente, quel blog l'ho abbandonato; un po' per pigrizia, un po' perché sono inconcludente, un po' perché, anche se in maniera non così eccessiva, non ho avuto effettivamente tempo.
E quindi adesso sono qui, ad iniziare un nuovo blog, che probabilmente abbandonerò lo stesso e che avrà un primo post davvero pietoso, considerato il suo illustre (solo per me) predecessore.

Perché lo faccio?
Perché ne ho bisogno.

E anche se non ho tempo, ora più che mai, visto che sono sotto esame di maturità, ho bisogno di scrivere, perché è l'unica cosa che (forse) so fare davvero.
Non so quanti di voi abbiano già vissuto o debbano ancora vivere il momento immediatamente successivo alle superiori, quel momento in cui un po' sei sconvolto per quanto veloce sia arrivato un futuro che sembrava tutt'altro che prossimo e un po' sei sconcertato per l'ignoranza e l'assoluto vuoto che hai messo insieme in cinque anni di scuola.
Bene, per usare un eufemismo, è un periodo di merda.
Perché non solo magari non hai ancora assolutamente idea di quello che vuoi fare della tua vita (cosa che dovresti decidere anche a breve) ma non puoi nemmeno pensarci più di tanto, perché devi studiare per un esame che praticamente non ti servirà ad un cazzo se non a mettere a dura prova i tuoi nervi, la tua pazienza e, di conseguenza, la tua già precaria sanità mentale.
E, nel frattempo, tutti ti sembrano muoversi, andare più veloci di te che, tra una ripetizione di Pavese e una disperata elucubrizione sulla seconda legge di Boyle, ti chiedi cosa cazzo hai imparato in cinque anni e se davvero, ti sarà utile nella vita.


SPOILER ALERT: NO.


Forse tutti ci sentiamo (o ci siamo sentiti, o ci sentiremo) così.
Ma il fatto è che fa schifo.
Fa schifo perché improvvisamente te ne accorgi davvero, che la vita va veloce, che tutti i futuri sono troppo prossimi e qualcuno già rischia di diventare un congiuntivo desiderativo.

“Sarò...”

“Sto per essere...”

“Ah, se fossi stato....”

Ansia, in una parola.
Rimorsi e rimpianti, in tre.
Perché deve essere così? Perché non possiamo deciderlo noi lo scorrere del tempo, fermare il suo corso quando ci va e magari anche tornare indietro, giusto per cambiare quelle due o tre cosette.
Non chiedo nemmeno l'acceleratore, guarda, ve lo abbono, che già va veloce così.

Lo so, lo so che non si può.
Lo so che è stupido anche pensarci e che se ha portato guai al Doc e a Michael J Fox sicuramente ne porterebbe anche a noi.
Però non nascondo che mi piacerebbe.
Perché il liceo (quello che ho tanto odiato, quello che ho sperato finisse al più presto) in fondo già mi manca un po' e forse, quasi quasi, me lo rivivrei volentieri.
Ma non tanto per il liceo in sé, quanto per quello che ha rappresentato, per quella che ero io, all'inizio del liceo.
Perché forse la cosa che rimpiangiamo di più del passato é come eravamo noi; magari sempre incazzati e problematici, ma inspiegabilmente sempre più leggeri e felici di quanto siamo ora, in questo sempreschifoso presente.
Perché il presente sembra pesare come un macigno, con il futuro che pende come una spada di Damocle e tutto sembra o troppo statico o troppo veloce, a seconda dei casi.
Ma soprattutto perché noi siamo diversi, o per lo meno io, e non in modo positivo.
E mi manca la me bambina, quella un po' incosciente, tanto tenera e sognatrice; quella che inventava storie su qualsiasi cosa e viveva felice nel suo mondo, considerando la realtà quasi come un'evil timeline della sua vita immaginaria, che per lei era quella vera, quella che contava.
Mi manca quella bambina che si riprometteva di non cambiare mai, di rimanere fedele a se stessa (SPOILER ALERT no.2: non c'è riuscita, non sempre) e, anzi, pensava ancora di poter cambiare lei il mondo solo con la forza delle parole o delle piccole azioni.
Che rideva sempre, e non si vergognava di farlo.
Passiamo una vita sospesi, a camminare sul filo del presente barcamenandoci tra il futuro da un lato e il passato dall'altro;
c'è chi si butta a capofitto nel futuro, senza voltarsi mai indietro, a costo di perdere se stesso;
ci sono quelli che preferiscono (ri)tuffarsi indietro, tornare nel passato, rimanendo bloccati perché, come diceva il caro Eugenio, ormai nemmeno quello gli appartiene più;
e poi ci sono quelli come me, che si mantengono in precario equilibrio sulla fune sottile del presente e cercando di continuare a camminare dritto, vivendo giorno per giorno, come se ci sia solo quello, anche perché non se la sentono nemmeno di prendere una decisione.
Sono indecisi, su tutto; sul dove andare, su chi vogliono essere, su cosa vogliono fare.
E allora camminano, anzi barcollano, barcamenandosi tra passato e futuro, chi erano, chi sono, chi vorrebbero essere e cosa, invece, probabilmente saranno, guardando solo quella linea sottile, seguendola attentamente, sperando che magari, un giorno li porti da qualche parte.



Magari non ad un bivio, possibilmente.

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