giovedì 29 agosto 2013

Run Baby Run



Questa è stata un'estate strana sotto molti punti di vista. 
Sono stata a casa molto più tempo, troppo per i miei gusti e nonostante sotto il punto di vista dei viaggi questa stagione sia stata tutt'altro che movimentata, dal punto di vista mentale e psicologico credo sia stata la più turbolenta della mia vita. 
Avere troppo tempo libero per me non è salutare, io impazzisco, penso troppo. 
Roba che se mi facessero l'encefalogramma uscirebbe simile al sismogramma di un terremoto di grado 13 sulla scala Richter (immagine volutamente iperbolica). 
L'estate scorsa non mi sono fermata un attimo; sempre in giro, sempre in strada, le valigie perennemente pronte e poco tempo per pensare a progetti di lunga durata.
L'estate scorsa dovevo fare l'ultimo anno di liceo, e il futuro non mi sembrava poi così vicino. 
Quest'anno il futuro è arrivato. 
Prepotente. 
E mi ha trovato impreparata, proprio io, che l'aspettavo con ansia. 
Tutti i progetti, i piani, le prenotazioni, sono andate all'aria e la mia vita è precipitata in più punti, contemporaneamente, tanto da non aver il tempo di riparare le falle. 
E quando cerchi di prendere il collutorio dall'affollato armadietto del bagno. 
Vai per tirarlo e, BUM, causa un'effetto domino tale che dopo l'armadietto da strapieno ti rimane vuoto e a terra ti ritrovi tutte quelle cose rotte, scivolose e completamente inutili. 
Insomma, in tutto questo caos, io, prevedibilmente, mi sono persa, isolata, lasciata andare, rifugiata lontana da tutto e da tutti e guai a chi tentava si risvegliarmi.
Non sono mai stata così sola.
Nonostante stessi male, non riuscivo a chiedere aiuto, intrappolata in questa dimensione parallela che mi ero creata da sola. 
Poi è successo qualcosa, mi è scattato dentro. 
Come una molla troppo carica, improvviso, provvidenziale. 
Un pomeriggio, stavo passeggiando con una mia amica sulla spiaggia, con 45325675 pensieri nella testa e una gran voglia di urlare, nonostante mi stessi sforzando di fare piccola conversazione con la suddetta.
Ad un certo punto, per inseguire suo fratello che correva con un forsennato, ho iniziato a rincorrerlo per paura che si facesse male. 
È durata una frazione di secondo. 
Non mi sentivo così bene da tanto. 
Per quei 5 secondi scarsi non ho pensato a niente, se non a correre. 
Allora mi ha colpito:
"Voglio correre"
Ho detto alla mia amica che mi guardava stranita, ben consapevole della mia consolidata fama di couchpotato. 
Io sono sempre stata una sedentaria. 
Una di quelle che per evitarsi il tragitto dalla camera alla cucina si porta dietro tutto il frigorifero. 
Quando ho detto di voler correre non ci credevo tanto nemmeno io, conoscendo la mia incostanza. 
Invece, poco alla volta, quasi per gioco,  mi sono messa le scarpette poco adatte e mi sono uccisa i piedi, ma non sono mai stata così bene.
Tornata a casa ho continuato, con più frequenza, quasi religiosamente e non ho detto niente a nessuno, per un po' come se avessi paura di rompere un incantesimo. 
Oggi è più di un mese che corro. 
Almeno tre volte a settimana. 
E le mie amiche ormai lo sanno, la gente che mi vede in condizioni disastrose ad ore improbabili lo sa e a me va bene così. 
Perché quando corro sto davvero bene. 
È come se mi facessero un'anestesia parziale al cervello che però mi accentuasse tutti i sensi. 
Perché quando sei all'ultima saluta e hai le gambe in fiamme e il fiato corto i tuoi problemi e i tuoi pensieri ti sembrano un po' più lontani. 
Perché quando riesci a fare 10 minuti di fila per la prima volta e ti accorgi che potresti anche continuare ti senti quasi Bolt. 
È strano che mi piaccia una cosa del genere che implica sudore, fatica e costanza, tre cose che stanno a me come la classe a quelli del GF, eppure è così. 
Forse perché quando corro, vado più veloce dei miei pensieri. 
Ma c'è una cosa che mi preoccupa; quando ho confessato la mia nuova inusuale (per me) occupazione alla mia amica IlovePink lei non solo s'è dimostrata scettica, ma mi ha fatto una domanda che mi ha fatto molto pensare: "Quanto credi che durerà?"
Non le ho risposto.
Non mi preoccupo di quello che preoccupava lei, cioè le condizioni atmosferiche che non saranno sempre favorevoli, ma del fatto che, forse, arriverà un momento in cui i pensieri mi raggiungeranno anche lì, dopo un'inseguimento stancante, logorante, so' che l'avranno vinta, perché quando il fiato non sarà più un problema e i muscoli smetteranno di far male, il mio cervello non avrà più niente che lo leghi al momento, all'immediatezza, ma sarà libero di vagare di nuovo, di librarsi dalla strada per pensare alle cose serie, a quelle che fanno male, più dei muscoli. 
Ma per ora preferisco non pensarci e quindi continuo a correre, sola, incurante di quelli che mi guardano scettici o che mi fanno domande del cazzo che con la corsa non c'entrano niente. 
Corro per non pensare, per illudermi di muovermi. 
Corro perchè non c'è migliore sensazione al mondo di fermarsi stanchi dopo una corsa. 

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